La processione delle bòre in Valle del Chiese

Non sempre le tradizioni hanno una storia lineare: spesso i riti che oggi riteniamo immutabili e immanenti hanno un passato di vicende molto complesse di trasformazione, soppressione, ripresa e rielaborazione. In queste dinamiche, il ruolo chiave è assunto dalle comunità, che con la loro adesione o meno all’evento decretano la continuazione o l’oblio di questi patrimoni.

 

E’ quello che è accaduto alla processione delle bòre (tronchi), usanza millenaria assolutamente unica, che si svolge il Venerdì Santo nel paese di Storo, in Trentino: prima trasformata per adattarla al Cristianesimo, poi eliminata dalle autorità, ed infine reintrodotta, da pochi anni, per volontà della comunità locale.

 

 

Da profano a sacro: l’origine della tradizione

Prima dell’arrivo dei Romani le popolazioni retiche che abitavano il territorio dell’attuale Trentino arricchivano la loro vita spirituale con rituali propiziatori e divinatori che hanno lasciato tracce più o meno palesi in molte manifestazioni della religione di oggi. Nel caso della processione delle bòre, gli antropologi ritengono che l’uso di battere i tronchi d’albero (in questo, in estrema sintesi, consta la tradizione) all’inizio della primavera fosse un auspicio di prosperità per la stagione che si apriva, simboleggiato da un suono che doveva fungere da risveglio per la natura addormentata.

 

Con l’avvento del Cristianesimo, questo uso non venne abbandonato, ma venne rimodulato dalla popolazione per allinearlo alle ricorrenze del calendario liturgico, ed in particolare alla Pasqua: il battito delle bòre si trasformò così in un solenne accompagnamento alle processioni della Via Crucis, in cui il ritmo sordo dei colpi di martello sul legno simboleggiava il suono dei colpi del martello che inchiodarono Cristo alla croce. Decine di bore sfilavano per il paese, ognuna sorretta da un gruppo di una ventina di ragazzi, che con una mano tenevano sollevato, mediante un perno, il grande tronco, e con l’altra impugnavano il martello con il quale assestavano ritmicamente i colpi alla bòra.

 

Ad aprire la processione era il “masat”, il ragazzo che attraverso un piccolo martelletto in ferro batteva il ritmo; ad ogni suo colpo, acuto e metallico, rispondevano all’unisono le decine di bore insieme con il loro suono basso e cupo, creando un effetto roboante dirompente. La sfilata percorreva le vie del paese fermandosi alle stazioni della Via Crucis, e terminava sul sagrato con un gran finale in cui il battito diventava ancora più serrato e potente.

 

 

Oblio e recupero

Questa tradizione, che a quanto si conosce era presente solo nel piccolo abitato di Storo, luogo isolato e lontano da vie di comunicazione, venne perpetuata per millenni. Si fu però sul punto di perderne totalmente traccia: nel 1938, infatti, una decisione dell’autorità ecclesiastica ne proibì la realizzazione, in quanto ritenuta eccentrica rispetto al rigore delle tradizioni religiose pasquali canoniche.

 

Con il passare degli anni, dunque, il ricordo del rito del battere delle bòre poco a poco si sbiadì, sopravvivendo solo nella memoria degli anziani.  Sarebbe bastato forse il passare di un’altra generazione per sancirne la completa scomparsa, se non fosse intervenuto, una ventina di anni fa, un gruppo di ragazzi che, incuriositi dai racconti di una fantomatica usanza locale che prevedeva l’uso di sfilare con grandi tronchi battuti all’unisono, decise di provare a ricreare questo spettacolo, pur non avendolo mai visto, basandosi solo sulle testimonianze raccolte tra gli anziani del paese.

 

Si trattò quindi, in primo luogo, di reimparare come si costruivano le bòre: partendo da abeti rossi ben selezionati, lasciati poi a seccare per due anni perché il legno acquisisse la giusta sonorità; si ricostruirono poi i rudimentali strumenti per la percussione, le “mase” in duro faggio che fungevano da martelli, ed il “martì”, piccolo attrezzo in ferro che produce un suono metallico per scandire il ritmo; si recuperarono i temi ritmici originali, aggiungendo nuove musiche.

 

Era la Pasqua del 2003 quando, dopo quasi 70 anni, la tradizione vide nuovamente la luce, tra la commozione degli anziani e lo stupore della comunità: il grande clamore ottenuto e la completa adesione della popolazione al rito, fecero sì che il “batar delle bòre” venisse reintrodotto in modo stabile tra le tradizioni pasquali locali.

 

Il rito oggi

Ogni anno, pertanto, la sera del Venerdì Santo il borgo di Storo si prepara a vivere una notte di pura magia: il silenzio che avvolge il paese, illuminato solo da luminarie naturali fatte con gusci di lumaca, come un tempo, viene rotto dal cupo rimbombare dei colpi di martello sui tronchi.

La via Crucis avanza tra le strade: una grande croce illuminata apre la processione, fa sosta alle dodici stazioni, ambientate da scenografie e figuranti; dietro il corteo, due grosse bòre, sorrette da 16 uomini del paese (tra cui anche molti giovani della Pro Loco), ripetono incessantemente un battito sordo. A conclusione della via Crucis, le bòre chiudono la processione con inaspettate melodie, un concerto solenne e cadenzato che fa risuonare nell’animo l’eco di una storia millenaria.

 

 

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