“Giocare” con i dialetti: Proverbi, Scioglilingua e molto altro

16 novembre 2020

I dialetti si usano nella quotidianità, ma soprattutto… ci si può giocare.

Il loro saper attribuire un significato specifico e strettamente legato alla comunità di riferimento, dona al dialetto la capacità di essere utilizzato come mezzo di trasmissione dell’essenza del territorio.

 

Portatori di aneddoti, consigli, tradizioni e usanze sono ad esempio proverbi, scioglilingua e modi di dire. Brevi espressioni che facilitano la comunicazione con familiari, amici e compaesani con termini e riferimenti strettamente legati al territorio.

Scopriamoli insieme:

 

 

I Proverbi

Detto popolare che condensa un insegnamento tratto dall'esperienza”: il proverbio è un mezzo di trasmissione delle credenze e delle abitudini di una comunità.

 

Dal punto di vista della struttura il proverbio può definirsi:

una frase breve di forma lapidaria o sentenziosa, codificata nella memoria collettiva o tramandata in forma scritta, che enuncia una verità ricavata dall’esperienza e presentata come conferma di un’argomentazione, consolidamento di una previsione, ovvero come regola o ammonimento ricavabili da un fatto.’ (Lapucci 2007: IX).

 

Una delle peculiarità del proverbio è proprio nella sua densità retorica, ossia nella presenza di giochi del significato e figure retoriche come la metafora, la similitudine e l’iperbole (ad esempio, il mattino ha l’oro in bocca, l'ospite è come il pesce: dopo tre giorni puzza).

 

 

I proverbi vengono giudicati come “deposito della saggezza popolare che guarda alla cultura popolare per cogliere l’anima genuina del popolo con il suo bagaglio di valori di moralità condivisi dalla collettività”. Da questo punto di vista possiamo dire che i proverbi abbianoCoppia di anziani che legge nel parco

sancito e trasmesso di generazione in generazione un codice di regole e di insegnamenti tanto più efficace in quanto riprodotto in forme stereotipe, generiche e generalizzanti. 

 

Questa creazione di insegnamenti sembra però essersi quasi fermata nel corso degli ultimi cinquant’anni, con alcune eccezioni legate alle innovazioni tecnologiche, come il noto “Donna al volante, pericolo costante”, ma sono casi rari, perché nella cultura e nella lingua contemporanea i proverbi stanno scomparendo, non appartengono più alla competenza della maggioranza dei parlanti, in particolare dei giovani.

 

Le cause di questo declino sono evidenti: con l’industrializzazione, l’alfabetizzazione di massa e la diversificazione specialistica dei saperi scientifici, è tramontata anche la cultura dei proverbi che nella cultura contadina ha avuto il suo centro più vitale e duraturo, e si è spezzata la tradizione unitaria del codice di valori e di principi racchiuso nei proverbi.

In realtà nella comunicazione quotidiana i proverbi ricorrono ancora abbastanza frequentemente, ma sono impiegati per inerzia, come stereotipi, spesso fraintesi nel loro significato originario. 

 

Anche in dialetto Trentino i proverbi non mancano e tra i più conosciuti troviamo:

     - Vendro arivada, stimana guadagnada. 

     - Se no ghe nè dentro non pol vegnir fora.

     - Se la Paganela la g'à el capel o che 'l fà brut o che 'l fà bel.

 

 

Fonte: Enciclopedia Treccani

 

 


 

Gli Scioglilingua

Pensati appositamente per essere difficili da pronunciare, gli scioglilingua sono un’eterna sfida per grandi e piccini

 

La difficoltà è dovuta nell'uso della ripetizione dello stesso suono o di un insieme di suoni, generando una sorta di tiritera difficile da pronunciare velocemente che tende a fare ingarbugliare la lingua e ad invertire le parole se pronunciate con una certa velocità.

 

L’enciclopedia Treccani definisce lo scioglilingua come “un gioco verbale in cui si è richiesti di ripetere una o più volte, il più velocemente possibile, una frase solitamente nonsense che presenta diverse difficoltà di pronuncia. Tali difficoltà sono dovute alla ripetizione e alla permutazione, all’interno della frase, di gruppi di suoni di non facile articolazione.” 

 

Lo sfidato, specie con l’aumentare della velocità dell’esecuzione, è indotto a commettere con frequenza quei lapsus (per anticipazione, scambio, sostituzione, omissione, aggiunta) che nel discorso quotidiano sono invece occasionali, sino a non riuscire a completare la frase.”

Queste successioni di difficoltà poste in modo da farci sbagliare la pronuncia, sono in realtà un ottimo esercizio proprio per migliorarla, aiutando a migliorare la dizione esercitando i muscoli e le articolazioni della bocca. 

 

La lingua e la tradizione dialettale italiana sono molto ricche di sfumature che rendono gli scioglilingua molto diffusi ed insegnati già alle scuole elementari. Tra i più famosi della lingua italiana ne troviamo proprio uno sulla la nostra amata terra trentina. Chi infatti non conosce “Trentatrè trentini entrarono a Trento tutti e trentatrè trotterellando”?

 

Ma anche i dialetti trentini hanno i propri scioglilingua, classica sfida tra nonni e nipoti con i difficili suoni delle nostre parlate regionali. Quello probabilmente più conosciuto è ‘Ti che te tachi i tachi tacheme i tachi a mi! Mi tacarte i tachi a ti? Tachete ti i to tachi!’

(Tu che attacchi i tacchi, attaccami i miei tacchi! Io dovrei attaccare i tacchi a te? Attaccateli tu i tuoi tacchi).

 

Fonte: Enciclopedia Treccani

 

 


 

I Modi di dire

I modi di dire, anche chiamati espressioni idiomatiche, si possono definire generalmente come un’espressione convenzionale, caratterizzata da un significato non prevedibile dall’unione dei significati dei suoi componenti

 

Espressioni come essere al verde, essere in gamba, prendere un abbaglio non sono infatti da considerare come la somme delle singole parole perché non significherebbero niente. Ma se le prendiamo come un insieme, il loro significato diventa figurato tramite un processo metaforico condiviso dall’intera comunità linguistica.

 

C’è però da considerare che questo fenomeno linguistico è spesso difficile da distinguere dal proverbio o dalla frase fatta, ma in linguistica si tende convenzionalmente a utilizzare la denominazione del modo di dire (o anche chiamata espressione idiomatica) per indicare “una locuzione figurata convenzionale, più o meno fissa” che può appartenere alla classe dei verbi (tirare le cuoia, vuotare il sacco), dei nomi (patata bollente), degli aggettivi (all’acqua di rose) e degli avverbi (alla bell’e meglio).

 

 

I modi di dire si possono anche classificare in base alla presunta origine delle espressioni, come ad esempio:

 

•  l’Antico e il Nuovo Testamento: restare di sale, essere nella fossa dei leoni, essere un calvario, dare a Cesare quel che è di Cesare, passare dalle stelle alle stalle, lavarsene le mani;

•  le favole (Esopo, Fedro, Aviano, La Fontaine, ecc.): far come la volpe con l’uva, scaldare / tenere la serpe in seno, vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso / cacciato;

•  la mitologia classica: pomo della discordia, spada di Damocle, tallone d’Achille;

•  le opere letterarie: fare il don chisciotte;

•  il mondo contadino: cercare l’ago nel pagliaio, essere l’ultima ruota del carro, darsi la zappa sui piedi, prendere due piccioni con una fava;

•  la tecnica, l’economia: sparare a zero, avere una marcia in più, giocare al rialzo;

•  lo spettacolo: essere un dongiovanni, essere come l’armata Brancaleone;

•  lo sport: salvarsi in corner, prendere in contropiede.

 

 

Anche tra le espressioni idiomatiche trentine troviamo delle possibili classificazioni con riferimenti al meteo, alla vita contadina, e alla quotidianità della zona. Ecco alcuni esempi:

 

•  Dopo i te dà na petenada (poi ti sistemano per le feste)

•  Mat come ‘l tèmp (che non sai mai quello che fa)

•  Sen restadi en braghe de tela (siamo rimasti al verde, senza un soldo)

•  Star su cole rece (stare attenti)

•  Vago de bala (vado di fretta)

 

Fonte: Enciclopedia Treccani

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